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24/07/2017

Panigaglia (L. Bavassano)

bavassano, panigaglia, disastro, esplosione,santa liberata, argentario, guerra, munizioni, tragedia, dispersiIl titolo non deve trarre in inganno, perché non si tratta della storia della nave, né della cronaca della sua tragica fine, avvenuta il 1 luglio 1947 nella rada di S. Liberata a Monte Argentario. Come molti ben sanno, nel disastro bellico più tragico avvenuto dopo la fine della guerra, perirono circa 70 persone (il dato preciso non è mai stato confermato) a causa dell’esplosione delle oltre 300 tonnellate di munizione caricate sulla nave. Soltanto i pochi marinai scesi a terra per svolgere i loro compiti ebbero salva la vita e soltanto un superstite fu estratto dai brandelli delle lamiere della nave: molti furono dichiarati dispersi perché l’esplosione aveva polverizzato i corpi. Da questo evento, ancora vivo nel ricordo degli abitanti di Porto S. Stefano, nelle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti e nelle commemorazioni, l’autore prende spunto per raccontare una parte della vita di suo padre. Bruno Bavassano fu tra coloro che ebbero salva la vita nella sciagura del Panigaglia, perché era a terra a ritirare gli stipendi dei marinai assieme al comandante. Il racconto, che può essere definito epistolare, ripercorre, proprio attraverso la corrispondenza che l’uomo inviava ai propri familiari, il periodo che va dai suoi 16 anni (1940) ai 23 (1947) e si focalizza su quella che fu la guerra coloniale italiana in Africa. All’autore però non interessa il racconto fine a se stesso, Bavassano si domanda come mai un uomo, che durante la sua vita si è dimostrato giusto e disponibile verso gli altri, abbia deciso da ragazzo di arruolarsi volontario per fare la guerra. Dagli scritti di suo padre, seppur spesso telegrafici e censurati dal regime dell’epoca, appare evidente la maturazione che avviene nel ragazzo che sta diventando uomo. Nato nel periodo in cui la dittatura fascista è già al potere, risente, come può essere naturale da ragazzo, della propaganda in cui s’inneggia alla forza patria, al dover primeggiare su tutto e su tutti, alla certezza di essere superiori. Stimoli cui non riesce a sottrarsi, non avendo conosciuto un prima diverso, anche se, come è dato comprendere, in famiglia questi motti non erano condivisi. Decide così di arruolarsi volontario in marina e ostenta orgoglio nel voler dare il suo contributo in guerra “… rimanere a Venezia, mentre tanti miei compagni sono imbarcati, non è bello.”. E’ così destinato in Africa nella campagna militare intesa a sottomettere le popolazioni oggetto del colonialismo nazionale, ma, giorno dopo giorno, maturerà la consapevolezza che la propaganda fascista è effettivamente sola propaganda, che tutto è fasullo: le forze militari italiane sono ridicole rispetto a quelle contrapposte; non c’è la capacità da parte dei vertici militari di garantire né approvvigionamenti bellici né cibo; essere soldato non significa diventare un super eroe, ma soltanto vivere da emarginato sperando nella fortuna di non morire. La fine della guerra è così vissuta dal protagonista come una vera e propria liberazione, sia materiale sia emotiva. L’imbarco post bellico sul Panigaglia, con la speranza che la normalità sia ormai acquisita, e il tragico evento dell’esplosione, nel quale ancora una volta per caso ha salva la vita, inducono invece quest’uomo ad un ulteriore riflessione. L’intento dell’autore non è quello di raccontare una parte della storia del padre o la cronaca di alcuni fatti, ma di trasmetterci degli insegnamenti, così come ha fatto suo padre con i figli, senza che per apprenderli, o scoprirli, o soltanto rifletterci, anche noi ci vediamo costretti a dover vivere drammatiche esperienze. Per quanto riguarda la vicenda del Panigaglia (riportandone il nome nel titolo) il libro non aggiunge informazioni a quelle già esistenti anche se ancora confuse, bensì contribuisce ad accrescere questi dati con l’aspetto umano ed emotivo di coloro che l’hanno vissuta.

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