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24/07/2017

Panigaglia (L. Bavassano)

bavassano, panigaglia, disastro, esplosione,santa liberata, argentario, guerra, munizioni, tragedia, dispersiIl titolo non deve trarre in inganno, perché non si tratta della storia della nave, né della cronaca della sua tragica fine, avvenuta il 1 luglio 1947 nella rada di S. Liberata a Monte Argentario. Come molti ben sanno, nel disastro bellico più tragico avvenuto dopo la fine della guerra, perirono circa 70 persone (il dato preciso non è mai stato confermato) a causa dell’esplosione delle oltre 300 tonnellate di munizione caricate sulla nave. Soltanto i pochi marinai scesi a terra per svolgere i loro compiti ebbero salva la vita e soltanto un superstite fu estratto dai brandelli delle lamiere della nave: molti furono dichiarati dispersi perché l’esplosione aveva polverizzato i corpi. Da questo evento, ancora vivo nel ricordo degli abitanti di Porto S. Stefano, nelle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti e nelle commemorazioni, l’autore prende spunto per raccontare una parte della vita di suo padre. Bruno Bavassano fu tra coloro che ebbero salva la vita nella sciagura del Panigaglia, perché era a terra a ritirare gli stipendi dei marinai assieme al comandante. Il racconto, che può essere definito epistolare, ripercorre, proprio attraverso la corrispondenza che l’uomo inviava ai propri familiari, il periodo che va dai suoi 16 anni (1940) ai 23 (1947) e si focalizza su quella che fu la guerra coloniale italiana in Africa. All’autore però non interessa il racconto fine a se stesso, Bavassano si domanda come mai un uomo, che durante la sua vita si è dimostrato giusto e disponibile verso gli altri, abbia deciso da ragazzo di arruolarsi volontario per fare la guerra. Dagli scritti di suo padre, seppur spesso telegrafici e censurati dal regime dell’epoca, appare evidente la maturazione che avviene nel ragazzo che sta diventando uomo. Nato nel periodo in cui la dittatura fascista è già al potere, risente, come può essere naturale da ragazzo, della propaganda in cui s’inneggia alla forza patria, al dover primeggiare su tutto e su tutti, alla certezza di essere superiori. Stimoli cui non riesce a sottrarsi, non avendo conosciuto un prima diverso, anche se, come è dato comprendere, in famiglia questi motti non erano condivisi. Decide così di arruolarsi volontario in marina e ostenta orgoglio nel voler dare il suo contributo in guerra “… rimanere a Venezia, mentre tanti miei compagni sono imbarcati, non è bello.”. E’ così destinato in Africa nella campagna militare intesa a sottomettere le popolazioni oggetto del colonialismo nazionale, ma, giorno dopo giorno, maturerà la consapevolezza che la propaganda fascista è effettivamente sola propaganda, che tutto è fasullo: le forze militari italiane sono ridicole rispetto a quelle contrapposte; non c’è la capacità da parte dei vertici militari di garantire né approvvigionamenti bellici né cibo; essere soldato non significa diventare un super eroe, ma soltanto vivere da emarginato sperando nella fortuna di non morire. La fine della guerra è così vissuta dal protagonista come una vera e propria liberazione, sia materiale sia emotiva. L’imbarco post bellico sul Panigaglia, con la speranza che la normalità sia ormai acquisita, e il tragico evento dell’esplosione, nel quale ancora una volta per caso ha salva la vita, inducono invece quest’uomo ad un ulteriore riflessione. L’intento dell’autore non è quello di raccontare una parte della storia del padre o la cronaca di alcuni fatti, ma di trasmetterci degli insegnamenti, così come ha fatto suo padre con i figli, senza che per apprenderli, o scoprirli, o soltanto rifletterci, anche noi ci vediamo costretti a dover vivere drammatiche esperienze. Per quanto riguarda la vicenda del Panigaglia (riportandone il nome nel titolo) il libro non aggiunge informazioni a quelle già esistenti anche se ancora confuse, bensì contribuisce ad accrescere questi dati con l’aspetto umano ed emotivo di coloro che l’hanno vissuta.

19/07/2017

La paura è un peccato (O. Fallaci)

paura, peccato, oriana, fallaci, lettere, panagulis, nenni, kissinger, fidel, papaSi tratta di una raccolta di lettere e appunti inviati dalla scrittrice, durante la sua vita, alle persone più varie: familiari, amici, collaboratori, personaggi più o meno famosi. Già nei suoi articoli, soprattutto interviste, e libri la Fallaci si rivolge senza remore ai suoi interlocutori, ancor più lo fa quando gli scrive in privato: da queste lettere si evidenziano tutti i suoi eccessi caratteriali, una donna che non conosce mezze misure e che chiede a se stessa e agli altri il massimo sacrificio. Sicuramente non si è mai risparmiata ed ha percorso la storia che ne ha accompagnato la vita in “prima linea”, anche letteralmente, sin da quando, ancora bambina, faceva la staffetta per aiutare partigiani e soldati alleati durante la seconda guerra mondiale. Da queste lettere si evince quanto la giornalista fosse orgogliosa di se stessa fino all’eccesso e quanto profondo e smisurato sia stato il suo amore per la scrittura. Capace di isolarsi dal mondo, di cui era una portavoce dei fatti più importanti quando si “prestava” al giornalismo, nel momento in cui progettava la stesura di un libro, seviziava il suo tempo e il suo corpo per ottemperare a quella missione. Era capace di forti sentimenti e non di rado si sentiva tradita dai suoi amici o interlocutori, perché come lei concedeva loro tutta se stessa, così pretendeva altrettanto dagli altri. Come tutti i grandi personaggi, aveva un carattere molto forte che arrivava anche a trasformarsi in arroganza, ma fino alla fine è rimasta fedele ai suoi valori ed anche quando il suo corpo era ormai devastato dalla malattia, ha continuato a lottare per portare avanti la missione per cui era nata: scrivere.       

07/07/2017

Racconti e leggende nella vita marinara di Porto S. Stefano (P. Fanciulli)

fanciulli, porto s stefano, argentario, marinai, leggende, racconti, turco, delfino, nonella, pescaCome dice il titolo si tratta di quattro racconti e cinque leggende che riguardano la storia e la vita dei marinai della cittadina di Monte Argentario. Come tutte le storie di mare, anche queste, varcano i confini cittadini e per assonanza di contenuti e concetti si confondono con quelle raccontate dai marinai dei quattro angoli della terra. I primi sono racconti di episodi che sono tramandati e narrati da coloro che li hanno vissuti o ne sono stati partecipi. Le seconde, fanno invece parte di quelle storie, inventate o rielaborate, che servono da ammonimento a chi vive il mare, o servono a giustificare comportamenti e aneddoti che non troverebbero riscontro nella vita reale. L’autore le narra come un anziano potrebbe fare con i propri nipoti, o come nel suo caso, un’insegnante fa ai giovani alunni. In tutte ritroviamo termini che fanno parte del dialetto locale, sia per rendere la narrazione più popolare e vicina all’ambiente cui sono dirette, sia per l’interesse che l’autore ha sempre avuto verso lo studio del linguaggio, in special modo per quello della propria terra.    

04/07/2017

La casa tonda (L. Erdrich)

erdrich, casa, tonda, indiani, pellerossa, coutts, dakota, pulitzer, award, joeL’autrice è considerata una delle più importanti scrittrici contemporanee americane, tra gli altri premi ricevuti è stata finalista al Pulitzer (2009) e vincitrice del National Book Award (2012) proprio con questo romanzo. Nonostante queste prerogative, o forse proprio in attesa di queste, il libro non mi ha appassionato. E’ la storia della violenza subita da una donna all’interno di un territorio indiano degli U. S. A. e dell’evoluzione dei sentimenti che portano il figlio a vendicarla. Ho trovato la narrazione molto dispersiva e quindi scarsamente stimolante per il lettore. Unico aspetto interessante la denuncia che la scrittrice porta alla luce della condizione in cui ancora oggi, vivono gli indiani d’America, che, seppur non segregati nelle riserve a loro dedicate, non trovano comunque equità nelle leggi che regolano la loro coesistenza con gli altri cittadini. I soprusi, oltre che fisici, soprattutto morali cui devono sottostare hanno portato il Presidente Obama (come citato anche nella postfazione del libro) a definire questa situazione “un’onta per la nostra coscienza nazionale”. Questo rapporto di mancanza di fiducia e scarsa integrazione tra l’ambiente “indiano” e “americano” fanno si che le vicende della storia, rimangono velate di mistero ed ogni protagonista si farà portatore del suo segreto.

30/05/2017

Il Ritorno dei Mille (G. Bonfiglioli)

mille, garibaldi, palermo, spedizione, camice rosse, garibaldini, mazzini, risorgimento, 1860, italiaE’ un caso che abbia letto il libro questi giorni, proprio quelli (dal 27 al 30 maggio) in cui ebbe luogo, nel 1860, la rivolta di Palermo contro il regno borbonico. L’argomento di cui tratta il libro è questo evento, anzi più precisamente, la commemorazione che Palermo ne volle fare, 25 anni dopo, alla presenza dei reduci Garibaldini. Un breve riassunto: i Mille dopo lo sbarco a Marsala, ottenute le prime vittorie, parteciparono a fianco del popolo palermitano alle 4 giornate che liberarono la città siciliana dai Borbone e diedero avvio a quella che sarebbe divenuta “l’Unità d’Italia”. Nel 1885 la città di Palermo organizzò un’imponente commemorazione dei moti del ‘60, chiamando a raccolta tutte le “camice rosse” ancora in vita per ringraziarle, onorarle e sublimare quell’eroica impresa. Il testo di Bonfiglioli è un’interessante raccolta di documenti, comunicati, articoli e foto che riguardano soprattutto l’evento del 1885 e in parte minore le giornate del 1860. Nel materiale sono presenti anche documenti pressoché inediti, che hanno spinto l’autore a riportare alla memoria questo “ritorno” dei Mille a Palermo: un episodio dimenticato e quasi sconosciuto. Quello che però stimola il lettore è un altro aspetto: sono le considerazioni che possiamo fare su Garibaldi e i “suoi” Mille. Questi mille uomini, o poco più, per la maggior parte gente comune, non avvezza al combattimento, decide di partire per andare a liberare e unificare l’Italia! Non hanno armi, non hanno divise, per rifornirsi di ciò che necessita per il viaggio sono costretti a fare uno scalo imprevisto proprio presso i nostri porti. La razionalità gli concede solo due prospettive: essere affondati dalle navi borboniche durante il viaggio o essere sterminati dal regio esercito appena arrivati in Sicilia. Sono quindi votati alla morte, ma dalla loro hanno un postulato che li rende invincibili: non sono un esercito, rappresentano un popolo! Perché dico questo? Perché a causa del nostro italico atteggiamento, i Garibaldini, subito dopo l’impresa sono stati indicati come sovversivi e successivamente sono stati dimenticati, per essere poi oggetto di un revisionismo storico, che invece di considerarli eroi, è andato a cercare interessi e malefatte recondite (anche questo vizio italico), capovolgendo come sempre la realtà e come tutt’ora accade, relegando i martiri e le vittime a colpevoli e innalzando agli allori del pubblico i criminali. Sono quasi certo che in qualsiasi altra Nazione un’impresa del genere sarebbe divenuta un’epica pagina di storia, ma lo sappiamo, oltreconfine un sasso diventa un monumento, intorno ad un banale oggetto si costruisce un museo, uno scarabocchio è gestito come un’opera d’arte…. da noi, i milioni di quadri, statue, affreschi, monumenti, siti archeologici, edifici storici e quant’altro, che potrebbero farci guadagnare milioni di euro e produrre lavoro se fossero giustamente gestiti, sono abbandonati a loro stessi o sottovalutati. Tornando all’argomento “camice rosse” e ripensando a quei tempi, ci è difficile comprendere lo spirito che animava loro e tutti i martiri e patrioti che hanno combattuto e sono morti durante quel periodo. Domenica guardando la premiazione del gran premio di formula uno e vedendo la squadra Ferrari cantare “Fratelli d’Italia”, mi sono chiesto se gli Italiani che sentono o cantano quest’Inno, riescono ad andare oltre lo spettacolo musicale e si rendono conto, nell’animo, che queste cinque strofe (che peraltro nessuno conosce per intero) sono state scritte non con l’inchiostro, ma con il sangue di chi ha dato la vita, tra questi lo stesso autore del testo, per la libertà e l’unità della Nazione. Tutto questo però è ormai obsoleto, mi rendo conto che i valori morali adesso sono altri, ma vorrei sapere quanti parlamentari di oggi, il cui compito è di fare il “bene” dello Stato e della Nazione, sarebbero pronti a dare la loro vita se questo “bene” lo richiedesse, o se invece sono capaci soltanto di fermarsi all’altra parola con la stessa radice: vitalizio! Rimane però il fatto che non abbiamo reso il merito dovuto ai Garibaldini e alla loro impresa, nonostante tutti i difetti e le diverse valutazioni riscontrabili sul loro operato, prima tra tutte la scelta del Generale di appellare Vittorio Emanuele quale Re d’Italia, anche in disaccordo con Mazzini. Tra due giorni festeggiamo il 2 giugno, la Festa della Repubblica, e non sarebbe fuori luogo che qualcuno ricordasse Garibaldi e i Mille, iniziatori di quel percorso che ha reso la nostra Nazione una Repubblica Unita.

26/05/2017

La pioggia prima che cada (J. Coe)

coe, pioggia, cada, rosamond, imogen, gill, inghilterra, rebecca, feltrinelli, warden farmPrima di morire Rosamond vuol rivelare alcuni segreti alla giovane Imogen e decide di farlo in modo originale: registrando il racconto di alcune foto alla ragazza non vedente. Attraverso queste descrizioni la protagonista ci illustra la storia delle figure femminili che hanno caratterizzato la vita della famiglia. Tutte queste figure hanno dei caratteri che le porteranno ad avvicinarsi e allontanarsi, finanche a provare odio tra loro.  L’autore riesce a rappresentarci uno spaccato, dove i personaggi sono spesso alla ricerca di affetto e le vicissitudini che devono affrontare li isolano anche rispetto alle persone che hanno accanto. Certamente il romanzo non è un inno alla gioia e i momenti di felicità sono sporadici. Anche se ogni storia ha un finale negativo, come il romanzo stesso, Coe è capace di incuriosire il lettore tenendolo appeso alla possibilità di un qualcosa di positivo che deve succedere.

14/05/2017

I racconti del Castello (P. Silvestri)

castello, isola giglio, isola, giglio, palma, silvestri, tirreno, falcoIn realtà non si tratta di veri e propri racconti ma aneddoti, episodi e descrizioni di situazioni, luoghi e persone che hanno caratterizzato il borgo del Castello all’Isola del Giglio. Il sottotitolo del libro “frammenti di ricordi e pensieri gigliesi” è pertanto più esaustivo del titolo stesso. Per coloro che hanno vissuto o vivono quella realtà è perciò interessante riscoprire con la memoria un tempo che ha rappresentato la vita sociale di questa ristretta comunità. Per tutti gli altri è interessante apprendere come sia circoscritto il mondo per chi, invece, all’apparenza domina spazi infiniti dall’alto di un’isola. E’ evidente, leggendo il libro, l’impegno che la scrittrice adopera, come ha già fatto in altre occasioni, nel ricercare e riportare alla luce un passato che ha distinto e resa unica la comunità dell’Isola del Giglio. Una piccola isola che ad un passo dal “continente” è riuscita e tuttora è in grado di mantenere intatte le proprie peculiarità.       

10/05/2017

Ad occhi chiusi (G. Carofiglio)

occhi chiusi.jpgE’ questo il secondo romanzo dell’autore, ormai datato 2003, ma nel quale già prendono forma le caratteristiche dei successivi che vedono protagonista l’avvocato Guerrieri. In quest’occasione il legale accetta di seguire un caso che vede protagonista il figlio di un presidente del tribunale, un imputato quindi arrogante che si fa forte dell’impunità garantita dal padre. Guerrieri, a differenza dei suoi colleghi, accetta di difendere la donna che è dovuta sottostare ai soprusi dell’individuo, pur consapevole della difficoltà del caso ma speranzoso di trovare nelle figure del pubblico ministero e del giudice persone rette e non condizionabili. La vita dell’avvocato s’intreccia con quella professionale e molto variegata, come nella realtà, è la schiera dei personaggi che danno vita alla storia. Il racconto è ricco di vivacità nonostante gli ambienti in cui si svolge e il finale non è certamente scontato: non sono i cattivi ad imporsi come potrebbe presupporsi, né i buoni riescono a vincere come nelle favole.      

03/05/2017

La spia (P. Coelho)

mata hari, coelho, spia, guerra, francia, germania, olanda, macleod, clunet, giustiziataNell’immaginario collettivo Mata Hari è considerata la spia per antonomasia. In questo romanzo invece l’autore ci presenta una figura diversa. Margaretha, il suo nome di nascita, non è la donna spregiudicata, seduttrice, amante dell’avventura e degli intrighi che c’immaginiamo, ma una madre che conscia del destino che l’aspetta, prende carta e penna e scrive alla figlia la verità sulla sua vita. Il romanzo si può definire epistolare, raccoglie, infatti, le lettere scritte dalla donna in cui racconta la propria vita e quelle del suo avvocato, che probabilmente lei non avrà il tempo di leggere. Da queste la figura della spia finisce in secondo piano, sebbene sarà giustiziata per questa presunta attività, di fatto la donna non l’ha mai esercitata, né i suoi accusatori trovano prove per condannarla. La sentenza è però scontata, perché Mata Hari, sebbene celebre, famosa e invidiata, è una donna pericolosa, soprattutto per chi le è amico: la società dell’epoca non è ancora pronta ad accogliere il suo stile di vita. Tra le righe del romanzo leggiamo che la sua unica colpa è di essere una donna libera, ma questa libertà, che oltre a renderla famosa provoca invidia e gelosia, si contrappone alla sua ricerca della felicità. Arriverà così a compiere scelte di sacrificio e ad alto rischio a scapito di una tranquillità che potrebbe ottenere senza alcuno sforzo, lasciando spazio a coloro che cercano di usarla. La usa forza, o disgrazia, è quella di farsi carico delle responsabilità derivanti dalle scelte fatte e di affrontare con orgoglio ogni accadimento, cercando sempre di essere prima donna anche davanti al plotone di esecuzione.   

26/04/2017

Il triangolo dei tre misteri (G. F. Casalini)

mistero, triangolo, casalini, loffredo, vilhena, galita, hedia, cousteau, cavtat, algeriaChi fossero Romolo e Remo, chi fosse la lupa, com’è nata Roma è ancora oggi un mistero, che poi, come spesso accade, si è trasformato in leggenda. E’ da allora che la nostra Penisola è ricca di misteri, spesso affascinanti, leggende appunto, ma che spesso nascondono verità inquietanti e sono quindi causa di tragedie e disperazione. In questo libro l’autore Casalini ne affronta tre, che sebbene non interessino direttamente il territorio nazionale, coinvolgono cittadini italiani o il nostro mare. Riguardano l’affondamento di tre navi, due avvenuti nel 1961 ed uno nel 1974. Hanno avuto ed hanno ancora un vasto eco, poiché su due di essi soprattutto, i primi due, non è dato sapere cosa sia successo: le cause dei naufragi sono ignote e le navi affondate e i corpi dei marittimi non sono mai stati trovati. Le storie, per chi non le conosce, possono certamente essere degne di curiosità, ma leggendo il libro non mi è chiaro quale sia lo scopo dell’autore. Sicuramente è un modo per non dimenticare gli eventi e il dolore dei familiari delle vittime; certamente Casalini è molto partecipe alle vicende della famiglia Loffredo e alla scomparsa dei suoi cari, con enfasi e passione ci racconta il loro dolore, i loro dubbi, la loro dignità nell’affrontare drammi e anche successi. Oltre a questo però il libro non ci consegna altro: è chiaro che l’autore non è stato in grado di approfondire con nuove ricerche e documentazioni gli eventi, né è in grado di fornire nuove informazioni, anzi spesso conclude le descrizioni dei fatti ponendo lui stesso delle domande. Chi si appresta a leggere il libro sa in partenza che non potrà avere le risposte ai misteri narrati, altrimenti non sarebbero più tali, ma sia già conosca i fatti sia ne venga a conoscenza con la lettura, secondo me rimane deluso: nel primo caso, perché appunto non avrà nuove informazioni, se non quelle personali legate alla famiglia; nel secondo, perché dati e racconti non hanno una linearità, ma si ripetono più volte anche in maniera confusa, dando spesso l’impressione che il capitolo che ci si appresta a leggere sia un nuovo racconto.  

23/04/2017

La fine della storia (L. Sepulveda)

sepulveda, storia, cile, nicaragua, belmonte, allende, krassnoff, kramer, oficina, grimaldiNonostante il titolo del romanzo, il racconto di Sepulveda ci insegna che la storia non avrà mai fine. Ma qual è la storia cui si riferisce lo scrittore? E’ quella che non è raccontata nei sussidiari di storia, bensì quella che nascosta determina la storia che tutti conosciamo.  Dalla seconda guerra mondiale gli intrighi internazionali si susseguono e chiamano gli stessi attori, che si ripetono da sempre, a confrontandosi sull’uno o sull’altro fronte al servizio di questa o quella fazione. Agenti segreti, rivoluzionari, mercenari s’incrociano in questo racconto, che seppur breve, riesce a mostraci un quadro molto intenso di cosa, a nostra insaputa, succede dietro “le quinte” e ci porta così a meditare su cosa, anche oggi, può celarsi dietro i fatti che viviamo. Il racconto è naturalmente ambientato principalmente in Cile, ma spazia, attraverso i personaggi, sul mondo intero: dalla Germania alla Russia, anche quando erano Terzo Reich e D.D.R. e U.R.S.S., dagli stati del Sud America alla Cecenia, dall’Afghanistan allo stato cosacco mai nato. Il protagonista, benché abbia ormai deciso di ritirarsi a vita privata, si troverà coinvolto in un’altra “missione speciale” che lo vedrà confrontarsi con le ombre del passato e che riaprirà le ferite di un tempo, mettendo a rischio il difficile tentativo di cancellare dalla memoria torture e sopraffazioni conosciute, vissute e combattute.  

16/04/2017

Teresa d’Avila (S. Lusini)

avila, teresa, santa, dottore, chiesa, lusini, vagabonda, tormes, castiglia, carmeloUna Santa importante per la Chiesa Cattolica: prima donna ad essere proclamata Dottore della Chiesa; riformatrice del Carmelo; fondatrice di 30 conventi. Don Sandro Lusini coglie lo spunto di raccontarci la Santa dal viaggio da lui compiuto lungo la Ruta teresiana. La prima parte del libro è infatti un interessante resoconto del percorso che da Avila, città natale di Teresa, porta a Alba De Tormes, luogo dove è deceduta. L’autore ci narra i paesaggi della Spagna Castigliana e l’atmosfera che in essi si respira, con un’appassionante descrizione di immagini e sensazioni. Nella seconda parte sviluppa invece l’opera della Santa, i suoi insegnamenti, i suoi libri, la sua dottrina, le sue vicissitudini anche in seno alla Chiesa, che non la giudicava con benevolenza in quanto donna: “Obstat sexus” era la formula con cui ci si opponeva ad ogni sua iniziativa o riconoscimento. L’importanza della Santa non poteva però rimanere oscurata e con il passare del tempo e una visione più conciliante della Chiesa, le sono stati attributi e riconosciuti i meriti che le spettano.      

04/04/2017

La scuola cattolica (E. Albinati)

albinati, scuola, cattolica, delitto, circeo, trieste, quartiere, roma, crimine, tortureNon è un libro che si legge per caso: sono 1.300 pagine che richiedono impegno e volontà. Visto l’approssimarsi della bella stagione non pensate di portarlo “sotto l’ombrellone”, anche solo per la sua mole, a meno che non vogliate un peso per evitare che il vento vi porti via l’asciugamano! Anche considerarlo un romanzo è secondo me azzardato. Il delitto del Circeo è stato uno dei crimini che negli anni settanta dello scorso secolo sconvolse la cronaca nazionale per la sua efferatezza e per l’ambiente in cui si era sviluppato. Di questo libro, quel delitto, è l’idea generatrice, ma se credete di trovarne il racconto dei fatti rimarrete delusi: la cronaca pura e semplice si limita a circa venti pagine. Il progetto dell’autore, compagno di scuola di coloro che hanno perpetrato le torture e l’omicidio del Circeo, è quello di raccontare e analizzare il quadro sociologico di quel periodo, per trovare la motivazione dell’efferato atto criminoso, aldilà della componente soggettiva degli assassini. L’opera assume così la veste di un saggio antropologico che affronta i temi della famiglia, della scuola, della religione, del sesso, del masochismo, del rapporto uomo-donna, della borghesia, della politica, della violenza, il tutto arricchito da racconti e ricordi personali dell’autore. Domande e dubbi, ma anche certezze, che può porsi ed affrontare qualsiasi persona: Albinati le porta alla luce senza reticenze, dalle più banali a quelle che spesso si ha vergogna di confessare, agli altri o a sé stessi. La struttura del libro è quindi interessante, ma l’approfondimento degli argomenti diventa spesso ripetitivo: lo stesso autore ad un certo punto della narrazione dice “Seguitemi se potete, se ne avete voglia, il tempo, la pazienza…” e bisogna effettivamente farsi carico di tutto questo per arrivare a leggere ogni singola pagina. E’ possibile procedere nella lettura saltando dei capitoli senza sentirne la mancanza e questo, a mio parere, lascia dei dubbi sulla validità dell’opera.             

23/01/2017

La ragazza nella nebbia (D. Carrisi)

carrisi, suggeritore, ragazza, nebbia, avechot, vogel, kastner, anna louUna storia dai risvolti intriganti, ma non il capolavoro letterario prospettato dalla critica: almeno per il mio modesto giudizio. L’unico aspetto interessante è come viene messa in risalto la capacità, che hanno i media e l’opinione pubblica, di determinare a priori gli esiti giudiziari di un’inchiesta, generando l’esistenza di un “mostro” o di una “vittima del sistema”. Il romanzo narra l’indagine riguardante la scomparsa di una ragazza: tre figure si scontrano, nel corso della storia, arrivando a distruggersi tra loro e soltanto colui che porrà un freno alla propria vanità, avrà l’opportunità di continuare una vita normale.

09/01/2017

La gioia di vivere (V. Andreoli)

andreoli, gioia, vivere, fatica, Weltanschauungen, amore, rispetto, speranza, platone Ero scettico nell’acquistare questo libro perché pensavo al solito manuale su come essere felici, ma conoscendo l’autore ho voluto correre il rischio. Oggi sono soddisfatto della scelta. Il libro, infatti, non è una guida su come poter essere felici, o più precisamente come vivere con gioia, bensì un vero e semplice “trattato” di filosofia, che grazie alle capacità dialettiche del noto psichiatra si legge facilmente. Innanzitutto bisogna dire che l’autore afferma di non vivere con gioia lui stesso e di aver scritto questo testo per capire e confrontarsi con un tema, quello della gioia appunto, a lui sconosciuto. Esistono due modi di affrontare la vita: reagendo con la “fatica di vivere” oppure con la “gioia di vivere”. Nel 90% dei casi le persone sono portatrici della “fatica di vivere”. Partendo dalle Weltanschauungen, Andreoli analizza le caratteristiche dei due modi di essere: i pro e i contro, gli stati d’animo, anche psichiatrici, che ne derivano; lo fa rapportando il tutto all’uomo e alla società attuali, esaminando il diritto, le regole civili, la paura, la salute e altri aspetti, non dimentico però di quelle che sono le fondamenta della filosofia greca e più attuale. Bisogna dire che il modo di affrontare la vita non lo scegliamo noi, lo costruiamo inconsapevolmente in base ai molti fattori che ci condizionano; abbiamo, però, la capacità, così come fa lo stesso autore, di renderci conto del nostro stato e di andare almeno a conoscere l’altro. Come sempre parlando di filosofia qualche aspetto rimane ostico alla nostra percezione: ad esempio il fatto che entrambi i modus vivendi sono giusti, ma solo la “gioia di vivere” può portare ad un mondo che sia felice (uso il termine felice anche se improprio, ma rende subito l’idea). Questo perché la “gioia” supera l’io e fonde ognuno con l’altro, mentre la “fatica” si fonda sulla rivalità continua con l’altro (cosa che viviamo ogni giorno inconsciamente anche nelle piccole cose: sul lavoro, alla guida della nostra auto, in palestra…; fino alle grandi questioni che sono il potere e il dominio: guerra, supremazia economica e religiosa…). L’autore ritiene che oggi si debba tornare a filosofare sull’uomo, sul mondo, sugli aspetti della vita moderna, perché solo questo può portare al bene dell’umanità, quell’umanità che oggi, con i suoi miliardi d’individui, sebbene sembri essere più vicina e globale è invece molto individualista e non pensante, poiché tendiamo sempre più a delegare a cervelli virtuali le nostre capacità di memoria e di analisi e di conseguenza anche di scelta. Ritengo molto interessante l’argomento trattato perché anch’io, nel mio piccolo filosofeggiare, ho declinato un modo di vivere che riassumo nella frase “ogni giorno che passa è poesia, se la sai recitare” e che, leggendo le pagine di questo libro, trovo molto vicino alla “gioia di vivere”, con i pregi e i difetti che ne derivano; così come il mio essere “pessimista dell’ottimismo” (che magari spiegherò in altra occasione) mi farà senz’altro, credo, godere del futuro. Per tornare al libro di Andreoli, le conclusioni dell’autore sono che per ottenere la gioia, che né si può acquistare né conquistare, bisogna essere dei saggi (il sottotitolo dell’opera è “a piccoli passi verso la saggezza”). Essa appartiene all’uomo, ma ha bisogno di essere “coltivata” attraverso il buon senso, il rispetto, la modestia, la speranza e l’amore.

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