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22/04/2018

Vista su Montecristo (M. T. D’Antea)

emma, antea, maria teresa, argentario, montescristo, isola, vista, falleroni, enrichettaEmma, la protagonista, è diretta alla villa Falleroni e lungo il tragitto ripercorre la sua vita e quella delle famiglie con cui in parte l’ha condivisa. Il luogo in cui le vicende si svolgono non è menzionato dall’autrice, ma la “vista” sull’Isola di Montecristo e i riferimenti al paese natio, lasciano immaginare che si tratti dell’Argentario. La storia di queste famiglie si intreccia nel periodo tra gli anni 50 e 90 del 1900. L’evoluzione, o comunque i cambiamenti sociali, in questi decenni sono importanti e la scrittrice ce li ripropone in una sorta di autobiografia attraverso la quale, oltre ad analizzare questi eventi e cambiamenti sociali, rilegge ed esamina le proprie scelte.  È fondamentalmente una storia di contrapposizione: ricchezza e povertà; grande amore e delusioni; coscienza sociale e arricchimento personale. Verso tutto questo però il messaggio più profondo è che il rispetto della dignità umana e i valori che guidano le decisioni di ognuno, non devono mai essere contrabbandati con convenienti scelte morali e pratiche.

27/03/2018

L’archivista (L. Macchiavelli)

macchiavelli, archivista, sarti, giallo, poli, zoppo, raimondi, bolognaIl protagonista del romanzo poliziesco di Macchiavelli questa volta non è come di consueto Sarti Antonio. Come dice il titolo è l’archivista della questura dove lo stesso Sarti lavora. L’incidente sul lavoro lo ha costretto a funzioni di ufficio, ma la sua smania nello svolgere indagini, lo porta fuori dai suoi compiti a risolvere i casi che vengono passati in ufficio come insoluti o chiusi. Capita così che un caso archiviato dallo stesso Sarti come incidente sul lavoro diventa campo d’indagine dello “Zoppo”, questo il soprannome dell’ispettore archivista, fino alla sua risoluzione come omicidio. E’ un classico giallo in cui l’azione non la fa da padrona, tutto si svolge principalmente tra camere di albergo e gli studi cinematografici dove l’omicidio è avvenuto. Lo stesso protagonista si muove in bicicletta. Un insieme di personaggi con lineamenti caratteriali che il loro ruolo gli impone e che si muovono come ognuno si aspetterebbe, ma che messi a confronto con lo stile da antieroe dell’investigatore fanno fuggire il romanzo dalla banalità.         

20/02/2018

I miei genitori non hanno figli (M. Marsullo)

genitori, figli, marsullo, separazione, romanzoIl giovane scrittore racconta con ironia la convivenza tra i due genitori separati e il loro figlio. Gli episodi narrati appaiono anche paradossali, ma come in ogni opera del genere, dietro il sorriso che suscita il racconto, si nascondono verità e spunti di riflessioni. Il diciottenne che comincia a percorre i primi passi nel mondo reale da adulto, si deve confrontare con i nuovi universi in cui i genitori vivono dopo la separazione. Le difficoltà di essere genitori e figli, ruoli che tutti si trovano ad interpretare senza “aver studiato”, generano molto spesso incomprensione, come succede in qualsiasi famiglia, anche coesa, e in ogni rapporto interpersonale. Entrambi i genitori si sforzano di soddisfare le esigenze del figlio filtrandole attraverso il loro modo di essere e questo falsifica quella spontaneità che invece renderebbe tutto più semplice e vivibile.     

11/02/2018

Crocevia (M. Vargas Llosa)

perù, llosa, premio nobel, fujimori, sendero luminoso, tupas amaru, chabela, lima, destapes, garroPerù anni 90: la dittatura di Fujimori è al potere; gli attentati di Sendero Luminoso e del MRTA sono all’ordine del giorno; la vita sociale, ad ogni livello, è sconvolta. In questo quadro dove la libertà di ogni singolo dipende dalle decisioni di pochi, si sviluppa la storia che Llosa ci racconta in questo romanzo. La libertà di stampa, il tema politico, l’aspetto erotico nei rapporti umani e l’ipocrisia tra la vita pubblica e privata sono i temi che l’autore ci porta all’attenzione e lo fa attraverso una scrittura lineare e leggera, che, nonostante l’importanza dei temi, ci permette una lettura scorrevole ma riflessiva. Le figure dei personaggi coinvolti nella storia appaiono tutte di pari importanza e sia le due amiche/amanti, che il direttore ucciso dal potere, o la giornalista e l’ingegnere ricattato, sono tutti protagonisti di più storie, che confluiscono in una soltanto e il cui culmine risiede nell’ambiguità.      

21/01/2018

I quattrini dei Reali Presìdi di Toscana (R. Martina)

quattrini, martina, napoli, borbone, reali, presidi, spagna, corona, ferdinandoUn minuscolo “Stato” che per decenni ha rivestito un’importanza strategica e politica unica e che ha mantenuto questa peculiarità, sebbene senza indipendenza, fino ai giorni nostri. Stiamo parlando dei Reali Presìdi di Toscana, un piccolo lembo di territorio, ad oggi nel punto estremo della costa sud della Toscana al confine con il Lazio, ma che dal XVI secolo, per oltre 200 anni, sotto la Corona Spagnola ha vissuto un periodo di quasi autonomia nell’allora scacchiere politico italiano e del mediterraneo. Le caratteristiche del territorio e la sua posizione, ne hanno da sempre fatto un punto strategico, riconosciuto e valorizzato come tale, ancor prima della costituzione dei Reali Presìdi e fin dopo la seconda guerra mondiale. Una curiosità che riguarda questo “Stato” sono le monete che sotto i Borbone furono battute per la circolazione interna a questo territorio. Nel suo libro l’autore, dopo una breve introduzione sulla costituzione dei Presìdi, analizza le motivazione che spinsero l’allora Re di Napoli ha coniare delle monete, nello specifico quattrini, per questo territorio. Molto dettagliata è la descrizione delle caratteristiche numismatiche di questi quattrini, dovuta ad un interessamento alla materia da parte di Martina e a ricerche approfondite che lo stesso ha effettuato, raccogliendo anche materialmente copie di queste monete. Il testo è molto interessante, sia per la semplice curiosità sull’argomento in riferimento al territorio, sia per l’aspetto numismatico.

18/01/2018

Questa nostra Italia (C. Augias)

augias, italia, luoghi, cuore, memoria, firenze, roma, venezia, recanatiE’ un esperimento molto interessante quello che cerca di fare in questo libro il noto giornalista: trovare i caratteri comuni che possono unirci e farci individuare come unico popolo. A questo scopo Augias ci racconta nei vari capitoli un immaginario viaggio: tra le principali città italiane, approfondendo, oltre ai simboli materiali, anche quelli socio culturali che le differenziano; nei piccoli luoghi di provincia; nelle storie di personaggi e fatti italiani. Ne viene fuori un variopinto e caleidoscopico ritratto che evidenzia come il popolo italiano è in ogni realtà diverso, anche a distanza di pochi chilometri: per la storia, la cultura, i sacrifici e tutti quelli aspetti che hanno fatto del “campanile”, paradossalmente, l’oggetto caratteristico che ci unisce. Non è stato facile, poco più di 150 anni fa, unire l’Italia, ma più che per problemi pratici e politici, per la mentalità degli abitanti, abituati ai loro comuni/stato che hanno dominato il mondo in fatto di cultura, innovazione, civiltà: a partire da Roma, fino a Firenze, dalle Repubbliche Marinare, ai ducati e principati signorili. La lettura del libro, viste le capacità dell’autore e le sue esperienze, è naturalmente interessante. La risposta al quesito di base non è chiara, e forse neanche esiste, o forse è proprio questa diversità che ci fa essere unici, a renderci partecipi ognuno a modo proprio di un destino comune che, se ben orchestrato, potrebbe riportarci ancora, come popolo Italiano, ad essere protagonisti del futuro.      

17/12/2017

Don Chisciotte della Mancia (M. de Cervantes)

cervantes, chisciotte, panza, sancio, dulcinea, toboso, cavaliere, errante, spagna, mancia, epicaSiamo tutti don Chisciotte…. certamente non al punto estremo narrato dall’autore spagnolo, ma significativamente perché ognuno di noi ha il suo modo di intendere, comprendere e valutare ciò che gli accade intorno. La storia, anche se come accade per tutti i grandi classici, tutti la conoscono e pochi l’hanno letta, narra le vicende e le fantasie del “falso” cavaliere errante, alla ricerca delle sublimi avventure da compiere per onorare la sua amata, soprannominata dallo stesso Dulcinea del Toboso. Compagno nelle avventure, che di fatto possiamo invece considerare disavventure, il fedele scudiero contadino Sancio Panza. L’opera di de Cervantes ha la struttura del poema cavalleresco, ma le storie che narra l’autore non hanno nulla di epico, anzi, fantasiose e surreali, invece di esaltare il cavaliere ridicolizzano la sua figura, contrapposta a quella ben più materiale del suo scudiero. Il romanzo è considerato una pietra miliare della cultura letteraria e come tale, qualunque possa essere il giudizio finale, vale la pena leggerlo.

08/10/2017

Clochard (L. Poli)

clochard, poli, vagabondo, strada, baroni, sentimenti, maya, nicholasE’ possibile da un giorno all’altro riuscire a diventare vagabondo, se fino a quel momento si è vissuto nell’agiatezza? Questo è ciò che accade al protagonista del romanzo. Suo malgrado, in pochi giorni, rimane senza professione, senza famiglia, senza un euro e senza nessun punto di riferimento: la sua vita è stravolta e l’unica salvezza, scartato il suicidio, è la vita di strada. Un cambiamento non facile, ma il sostegno degli altri “fantasmi” e la loro inaspettata disponibilità permettono a Domenico di superare questo periodo e ritrovare la forza per ricominciare. L’argomento trattato nel racconto di Poli può essere molto attuale, anche se gli sviluppi e l’ambiente in cui nasce la storia del romanzo non sono molto realistici. Ciò che manca in questa narrazione è il sentimento: ci sono molti episodi ed eventi su cui l’autore poteva approfondire gli aspetti umani, invece ho trovato il romanzo molto stile “beautiful”. Particolare è il passaggio verso la fine del racconto dalla narrazione in terza persona alla prima, fatta direttamente dal protagonista.      

24/09/2017

La stranezza che ho nella testa (O. Pamuk)

istanbul, turchia, boza, yogurt, pamuk, mevlut, rayiha, samiha, venditoreMevlut si trasferisce ad Istanbul nel 1969: ha dodici anni e comincia in questa città a fare il venditore ambulante di yogurt e boza con il padre. Il romanzo ci racconta la vita di questo ragazzo fino al 2012: la sua famiglia, il suo amore nato per sbaglio, le gioie, le paure e le speranze, affetti e delusioni; ma interessante nel racconto è lo scenario di una città e una cultura che stanno cercando di cambiare. L’autore, premio Nobel per la letteratura nel 2006, nato ad Istanbul, attraverso la storia di Mevlut, ci presenta l’evoluzione di una società che, dopo il colpo di stato militare del 1960, a cui seguiranno quelli del 1971 e del 1980, ancora nel 1969 è legata alla vita di campagna. In questo decennio verso la grande città turca si avviano flussi migratori, proprio dalla campagna, di coloro che sperano di trovare fortuna in quella che sta diventando una metropoli, composta per lo più da quartieri periferici con baracche e senza servizi. Evidente è la contradizione culturale che lega agli obblighi familiari ortodossi e all’attrazione dello stile di vita occidentale. Ancora nel XXI secolo, nonostante gli sforzi compiuti e la volontà di molti di raggiungere un cambiamento radicale, la società turca vive ancora sull’instabile equilibrio tra la modernità e il patriarcato religioso: anche tra coloro che ritengono necessario un percorso che avvicini la Turchia all’Europa e alla cultura occidentale, è sempre presente un legame con la cultura islamica e tradizionalista. Il protagonista vivrà il cambiamento urbanistico e demografico che nel periodo del racconto subirà la città di Istanbul e la struttura del romanzo, dove si alternano il racconto del narratore con le confessioni e le descrizioni dirette dei personaggi, ci mostra come in prima persona questi subiscono e affrontano nella vita giornaliera questo cambiamento. Per tutta la vita Mevlut dovrà fare i conti con l’errore che lo ha portato a sposare la “sorella” sbagliata, ma nonostante le forzature, le incomprensioni, i litigi anche aspri tra le tre famiglie che si intrecciano nella storia, il vincolo, a volte esasperante, della cultura famigliare terrà sempre vicini e solidali i personaggi. Benché si tratti comunque di un romanzo, se il lettore va oltre alla mera critica nei confronti di questo modus vivendi, c’è la possibilità di acquisire aspetti che ci possono aiutare a capire taluni atteggiamenti di queste società, che ci sembrano incomprensibili.

19/08/2017

Gabbianara blues (F. Quatraro)

gabbianara, isola, giglio, quatraro, blues, raffaello, concordia, naufragio, grotte, bonafedeL’Isola del Giglio è il mondo in cui ruota tutta la strana vicenda che coinvolge Raffaello, Antonio e la famiglia Bonafede. Il romanzo inizia la notte della tragedia del Concordia e si conclude poco dopo il trasferimento della nave, benché abbia il suo prologo diciotto anni prima. Come un novello Montecristo, Raffaello torna alla “superficie” della sua isola dopo essere stato per circa venti anni rinchiuso all’interno di grotte sotterranee da cui non riusciva ad uscire. Trova, com’è prevedibile, un mondo completamente nuovo, ma che l’autore non evidenzia tanto negli aspetti pratici o tecnologici, quanto nel modo di pensare della collettività paesana. La “prigionia” del Gigliese fa da specchio a quella di Antonio, vissuta però all’interno del carcere. Punto d’unione dei due personaggi la famiglia Bonafede, proprietaria di una piccoletta villetta al Giglio, dove Lisa, Memma e Rosa cercaranno “rifugio” per ricostruire le loro vite proprio nel periodo in cui Raffaello è tornato a vedere il sole. Tutti i personaggi si ritroveranno per rivivere e “revisionare” il loro passato, ma nonostante gli sforzi tesi al cambiamento, ognuno tornerà a vivere la propria vita con i segreti, i dubbi, il carattere che l’hanno sempre contraddistinta. Quatraro ci illustra la vita di un mondo, quello isolano che, sebbene per ovvie ragioni a stretto contatto con il mondo cittadino, ha una vita e tempi propri. L’ambientazione è dettagliata per ciò che riguarda i luoghi, i sapori e gli abitanti del Giglio. Nella narrazione l’autore eccede nell’uso di periodi virgolettati.       

10/08/2017

Gli occhi della Gioconda (A. Angela)

angela, leonardo, gioconda, monna lisa, louvre, occhi, rinascimento, firenzeE’ il quadro più famoso al mondo: partendo da questa “piccola grande” opera si potrebbe scrivere numerosi volumi toccando gli aspetti più disparati che ad essa si possono legare. Angela riesce a farlo con poco più di 300 pagine e con un linguaggio alla portata di tutti. Oltre alla descrizione specifica del quadro, l’autore ripercorre la vita di Leonardo e il suo ingegno; ci accompagna nelle vicende storiche del periodo in cui l’opera è stata dipinta; illustra a grandi linee le tecniche pittoriche; ci descrive usi e costumi dell’epoca. Non mancano poi curiosità e dettagli che spesso sono offuscati dalla fama del dipinto e che ci aiutano a comprendere come questa fama vada oltre il dipinto stesso, affiancando e sublimando tutti i “misteri” che l’accompagnano. Naturalmente, come sempre, Angela non attira l’interesse del lettore, o dell’ascoltatore in altri casi, solleticandolo con la curiosità sul mistero, ma trasformandolo in quesito, cerca delle risposte plausibili. Leggendo il libro ci sembra di partecipare alla vita quotidiana di Leonardo e a scoprirne, se non a comprenderne, le angosce e gli stimoli che hanno contraddistinto questo immenso e unico genio. A concludere il volume la domanda più banale e discussa di sempre: chi era Monna Lisa, o la Gioconda che dir si voglia, le cui fattezze ammiriamo nel quadro? Probabilmente non Lisa, la moglie di Francesco del Giocondo, che da sempre ha dato il nome al dipinto, e forse neanche una donna reale…. ma questo scopritelo da soli.      

30/07/2017

Il mio amico Odis (M. Landini)

landini, odis, esorcismo, esorcista, diavolo, possesso, padre pioNon capita spesso di leggere il resoconto di un esorcismo vissuto direttamente dall’autore. In questo libro, don Mariano Landini ci narra quello cui ha partecipato per eliminare il maligno da una donna. Credere o non credere al possesso del diavolo di un corpo è questione personale, magari religiosa o altro, e l’autore si limita soltanto a raccontare l’episodio di cui è stato partecipe, lasciando poi al lettore di interpretare a suo piacimento quanto narrato. Il libro non è sicuramente un racconto dell’orrore, anzi, nelle pagine che narrano la vicenda nello specifico lo scrittore ha evitato particolari inquietanti e in più ha intervallato queste parti con episodi di vita personale o considerazioni sui tempi andati e presenti. Odis, il protagonista, il demone che si era impossessato della donna, appare come un “povero diavolo”, quasi dispiaciuto del suo compito o forse incapace di compierlo, di fronte alla potenza di chi lo contrasta. Naturalmente l’autore è un sacerdote, quindi nel corso del racconto è costante il richiamo a Dio, alla fede e all’amore, ma il lettore, consapevole di questo “limite”, può tranquillamente concordare o meno con le critiche e i richiami alla memoria di un tempo migliore esposte da Landini, e farsi una propria idea sull’evento principale dell’esorcismo.

La digital transformation di una multi-utility (L. Giustiniano – A. Prencipe)

digital, multi-utility, acea, idrico, elettrico, trasformazione, Giustiniano, Prencipe, sap, KotterL’analisi dei due professori riguarda la trasformazione avvenuta all’interno di una grande società municipalizzata italiana, leader nell’erogazione di servizi. Si tratta di A.C.E.A., società per azioni il cui socio di maggioranza è il Comune di Roma, specializzata principalmente nell’erogazione del servizio elettrico e idrico integrato, a cui fanno capo molte società che hanno la gestione del servizio idrico integrato del centro Italia, facendone così una delle più grandi in Europa operanti in questo settore. L’importanza di questa trasformazione è data dal fatto che la società opera in un ambito non concorrenziale, oltre che essere municipalizzata, e che quindi è immune dal dover necessariamente migliorarsi: il fatto invece di aver scelto di realizzare un cambiamento radicale nel suo modo di pensare ed operare, la pone all’avanguardia e ad oggi, come unico modello da seguire a livello mondiale. Di questa sfida, per molti aspetti ad alto rischio, gli autori ci spiegano com’è nata e come è stata portata avanti. Presupposto che “I contatori girano, e continuano a girare”, l’Azienda avrebbe potuto continuare la sua attività senza alcuno stimolo esterno, i vertici dirigenziali invece, primo fra tutti il nuovo Amministratore Delegato, hanno deciso che nonostante questo era necessario creare delle urgenze interne, che spingessero tutto l’apparato aziendale a cimentarsi in un cambiamento dettato da una “concorrenza non reale”. Bisognava cioè operare come se l’utente avesse l’opportunità di poter scegliere tra più concorrenti alla fornitura del servizio. L’impegno è stato cospicuo, sia dal punto vista economico che delle risorse: per organizzare e seguire il cambiamento è stata scelta la Kotter International, di fama mondiale; per il modello operativo si è scelto di utilizzare e sviluppare quello SAP, altra azienda leader nel campo del software. Nel libro sono analizzati in dettaglio i tempi e le opportunità messe in campo, nonché gli sforzi e i cambiamenti che per circa due anni hanno coinvolto tutte le risorse dell’Azienda e di quelle collegate, e l’impatto tecnico, digitale e “caratteriale” che la scelta di questa sfida ha comportato. Alla fine di questo processo evolutivo, che per molti aspetti ha dell’incredibile, l’Azienda, come sottolineano gli autori, si pone all’avanguardia a livello mondiale. Fin qui la recensione del libro, interessante e ben strutturato, anche se farcito di termini tecnici che un lettore medio può ignorare: non trattandosi però di un romanzo, ma di un testo che illustra la trasformazione di una società che impatta su circa 8.000.000 di cittadini e circa 7.000 dipendenti, è necessario fare altre considerazioni. La prima è che l’assunto preso a riferimento e che si è voluto oltrepassare “I contatori girano, e continuano a girare” è mancante di una parte sostanziale “però a volte si fermano!”, perché è in quest’ultima affermazione che devono essere ricercati i problemi e le adeguate soluzioni. E “si fermano” per due ragioni principali: perché rotti o per mancanza del servizio erogato (nel caso del servizio idrico vedasi proprio quanto sta accadendo a Roma in questi giorni!). Ci possono essere quattro tipi di lettori di questo libro: gli interessati professionalmente al tema analizzato; coloro che sono anche utenti dell’Azienda o di quelle collegate; chi lavora presso A.C.E.A. o sua collegata; coloro che lo leggono per curiosità senza rientrare nelle tre precedenti categorie. Gli appartenenti al primo e al quarto tipo, saranno soddisfatti della lettura perché ne potranno trarre spunto e perché orgogliosi che una società italiana stia facendo cose così prestigiose da essere all’avanguardia nel mondo. Gli utenti invece, magari prendendo a riferimento il servizio idrico, credo si possano chiedere: ma non era più importante fare in modo che l’acqua arrivi regolarmente e sempre, e magari destinare i milioni di euro spesi, come indicato nel libro, per la realizzazione di dissalatori o nel miglioramento delle reti?; cosa significa essere più vicini al cittadino, magari nelle lunghe attese agli sportelli, se lo stesso ha difficoltà a relazionarsi con l’Azienda e in molti casi non ha preparazione per l’utilizzo dei servizi digitali?. Senza cadere nella retorica sono questi i principali interessi dei cittadini/utenti, che quasi sicuramente non badano alle fattezze del logo, sebbene nasconda importanti significati. C’è poi la terza categoria, quella degli operai ed impiegati dell’Azienda, i quali possono arrivare a chiedersi leggendo il libro: ma è questa la Società per cui lavoro? Domanda forse legittima, se nel testo i due autori considerano pressoché conclusa e già operante la trasformazione digitale oggetto dell’analisi, e giornalmente invece loro si devono confrontare con problemi irrisolti e con la necessità di individuare competenze specifiche, carico delle attività ed utilizzo delle risorse. Certamente non è questo il luogo per approfondire nel dettaglio ogni singolo argomento, resta il fatto che il testo è comunque interessante, purché si realizzi e funzioni nel concreto, sia a livello centrale che periferico, quanto così splendidamente illustrato.    

24/07/2017

Panigaglia (L. Bavassano)

bavassano, panigaglia, disastro, esplosione,santa liberata, argentario, guerra, munizioni, tragedia, dispersiIl titolo non deve trarre in inganno, perché non si tratta della storia della nave, né della cronaca della sua tragica fine, avvenuta il 1 luglio 1947 nella rada di S. Liberata a Monte Argentario. Come molti ben sanno, nel disastro bellico più tragico avvenuto dopo la fine della guerra, perirono circa 70 persone (il dato preciso non è mai stato confermato) a causa dell’esplosione delle oltre 300 tonnellate di munizione caricate sulla nave. Soltanto i pochi marinai scesi a terra per svolgere i loro compiti ebbero salva la vita e soltanto un superstite fu estratto dai brandelli delle lamiere della nave: molti furono dichiarati dispersi perché l’esplosione aveva polverizzato i corpi. Da questo evento, ancora vivo nel ricordo degli abitanti di Porto S. Stefano, nelle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti e nelle commemorazioni, l’autore prende spunto per raccontare una parte della vita di suo padre. Bruno Bavassano fu tra coloro che ebbero salva la vita nella sciagura del Panigaglia, perché era a terra a ritirare gli stipendi dei marinai assieme al comandante. Il racconto, che può essere definito epistolare, ripercorre, proprio attraverso la corrispondenza che l’uomo inviava ai propri familiari, il periodo che va dai suoi 16 anni (1940) ai 23 (1947) e si focalizza su quella che fu la guerra coloniale italiana in Africa. All’autore però non interessa il racconto fine a se stesso, Bavassano si domanda come mai un uomo, che durante la sua vita si è dimostrato giusto e disponibile verso gli altri, abbia deciso da ragazzo di arruolarsi volontario per fare la guerra. Dagli scritti di suo padre, seppur spesso telegrafici e censurati dal regime dell’epoca, appare evidente la maturazione che avviene nel ragazzo che sta diventando uomo. Nato nel periodo in cui la dittatura fascista è già al potere, risente, come può essere naturale da ragazzo, della propaganda in cui s’inneggia alla forza patria, al dover primeggiare su tutto e su tutti, alla certezza di essere superiori. Stimoli cui non riesce a sottrarsi, non avendo conosciuto un prima diverso, anche se, come è dato comprendere, in famiglia questi motti non erano condivisi. Decide così di arruolarsi volontario in marina e ostenta orgoglio nel voler dare il suo contributo in guerra “… rimanere a Venezia, mentre tanti miei compagni sono imbarcati, non è bello.”. E’ così destinato in Africa nella campagna militare intesa a sottomettere le popolazioni oggetto del colonialismo nazionale, ma, giorno dopo giorno, maturerà la consapevolezza che la propaganda fascista è effettivamente sola propaganda, che tutto è fasullo: le forze militari italiane sono ridicole rispetto a quelle contrapposte; non c’è la capacità da parte dei vertici militari di garantire né approvvigionamenti bellici né cibo; essere soldato non significa diventare un super eroe, ma soltanto vivere da emarginato sperando nella fortuna di non morire. La fine della guerra è così vissuta dal protagonista come una vera e propria liberazione, sia materiale sia emotiva. L’imbarco post bellico sul Panigaglia, con la speranza che la normalità sia ormai acquisita, e il tragico evento dell’esplosione, nel quale ancora una volta per caso ha salva la vita, inducono invece quest’uomo ad un ulteriore riflessione. L’intento dell’autore non è quello di raccontare una parte della storia del padre o la cronaca di alcuni fatti, ma di trasmetterci degli insegnamenti, così come ha fatto suo padre con i figli, senza che per apprenderli, o scoprirli, o soltanto rifletterci, anche noi ci vediamo costretti a dover vivere drammatiche esperienze. Per quanto riguarda la vicenda del Panigaglia (riportandone il nome nel titolo) il libro non aggiunge informazioni a quelle già esistenti anche se ancora confuse, bensì contribuisce ad accrescere questi dati con l’aspetto umano ed emotivo di coloro che l’hanno vissuta.

19/07/2017

La paura è un peccato (O. Fallaci)

paura, peccato, oriana, fallaci, lettere, panagulis, nenni, kissinger, fidel, papaSi tratta di una raccolta di lettere e appunti inviati dalla scrittrice, durante la sua vita, alle persone più varie: familiari, amici, collaboratori, personaggi più o meno famosi. Già nei suoi articoli, soprattutto interviste, e libri la Fallaci si rivolge senza remore ai suoi interlocutori, ancor più lo fa quando gli scrive in privato: da queste lettere si evidenziano tutti i suoi eccessi caratteriali, una donna che non conosce mezze misure e che chiede a se stessa e agli altri il massimo sacrificio. Sicuramente non si è mai risparmiata ed ha percorso la storia che ne ha accompagnato la vita in “prima linea”, anche letteralmente, sin da quando, ancora bambina, faceva la staffetta per aiutare partigiani e soldati alleati durante la seconda guerra mondiale. Da queste lettere si evince quanto la giornalista fosse orgogliosa di se stessa fino all’eccesso e quanto profondo e smisurato sia stato il suo amore per la scrittura. Capace di isolarsi dal mondo, di cui era una portavoce dei fatti più importanti quando si “prestava” al giornalismo, nel momento in cui progettava la stesura di un libro, seviziava il suo tempo e il suo corpo per ottemperare a quella missione. Era capace di forti sentimenti e non di rado si sentiva tradita dai suoi amici o interlocutori, perché come lei concedeva loro tutta se stessa, così pretendeva altrettanto dagli altri. Come tutti i grandi personaggi, aveva un carattere molto forte che arrivava anche a trasformarsi in arroganza, ma fino alla fine è rimasta fedele ai suoi valori ed anche quando il suo corpo era ormai devastato dalla malattia, ha continuato a lottare per portare avanti la missione per cui era nata: scrivere.       

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